I gonfiabili di Oppy De Bernardo a Locarno. Storia di un attacco vandalico collettivo

Fenicotteri rosa, ma anche ciambelle e altri animaletti colorati. Oltre 6mila salvagente sono rimasti per giorni nella piazza centrale di Locarno: un’installazione di un noto artista ticinese sul tema dei migranti. Poi, improvvisamente, il delirio…

Il colpo d’occhio è notevole. Effetto tra il pop e il fiabesco, nell’esplosione di plastica variopinta che ha cambiato volto, per dieci giorni, alla Piazza Grande di Locarno. Si chiama Apolide ed è l’installazione realizzata dall’artista ticinese Oppy De Bernardo nella notte fra il 30 e il 31 marzo. 6.500 salvagente di ogni forma e colore, tra fenicotteri rosa, coniglietti, delfini, ciambelle-cocomero, paperelle, dispiegati come un esercito surreale sui 3.500 metri quadri della centralissima isola urbana. Ci sono voluti 150 volontari e 18 km di corde per allestire il tutto.

ARTE PUBBLICA, MIGRANTI, UTOPIE E SALVAGENTE
Il tema, a contrasto col sapore giocoso dell’opera, è fra i più tragici e attuali: un riferimento agli eserciti di profughi, migranti, clandestini, perseguitati, che la storia ha visto in marcia, da sempre. I senza casa, i senza Stato, nomadi per costrizione e per destino. De Bernardo punta a coinvolgere il pubblico, a generare empatia, raccontando una storia crudele con l’immediatezza di una visione semplice, straniante, infantile. La piazza diventa un luna park utopico, in cui i popoli convivono oltre il vincolo del pregiudizio e il discrimine della cittadinanza.
E si tratta proprio dei tipici gonfiabili da spiaggia o piscina, che qui richiamano però i naufragi nel Mediterraneo e le disperate operazioni di salvataggio. Ci aveva lavorato Ai Weiwei coi famosi giubbotti arancioni, reperti dell’orrore con cui allestire architetture estetizzanti, monumentali. Hoppy De Bernardo sceglie una via diversa: l’oggetto tragico rivive solo in forma di evocazione, ironicamente, traslato in un elemento banale, inconsistente, ludico. È la mise en scene di un teatrino agrodolce, che si assume il rischio della leggerezza e della semplificazione, e che esclude volutamente il riuso di una memoria viva all’interno di una forma spettacolare.

UN CASO DI ISTERIA COLLETTIVA. GLI UNNI CONQUISTANO I FENICOTTERI

Apolide ha ottenuto una forte risonanza mediatica, contribuendo ad alimentare un po’ di dibattito intorno ai concetti di confine e identità. Pochissimi i tentativi di manometterla: l’installazione pubblica, tutto sommato, ha resistito senza intoppi. Dall’11 aprile, secondo programma, scattava il momento della partecipazione diretta: tramite il coinvolgimento delle scuole, i bambini erano invitati a prendere per sé alcuni gonfiabili. L’opera sarebbe rimasta fino a domenica 15 aprile e 300 elementi sarebbero stati venduti dal Vanilla Club – un locale di Locarno – per raccogliere fondi da destinare in beneficenza.
Programma saltato miseramente, sulla scia di un’improvvisa isteria collettiva, esplosa il 10 mattina. Altro che bambini, altro che qualche souvenir da ritirare. All’improvviso, 24 ore prima dell’evento pensato per i più piccoli e le loro famiglie, un’orda di barbari si è riversata sull’opera, sottraendo grappoli di salvagente, danneggiandone altri e alla fine rubando pure i resti. Dopo qualche ora in Piazza Grande non c’era più niente, a parte qualche brandello di plastica. Una razzia incomprensibile. Perché questo finale vandalico a sorpresa?
Lo stesso artista non si dà una spiegazione. “Sono rimasto basito”, ha dichiarato al sito laRegione:“Le indicazioni erano altre ma è chiaro che alla gente non interessa molto. Vedo persone cariche di salvagente e cerco di fermarle, di farle ragionare. Ho dovuto ritransennare una parte della piazza per isolare almeno i 300 salvagente ‘benefici’. È incredibile, davvero”. Alcuni dei predoni avevano il cappuccio calato sulla testa, forse consapevoli dello sgarro; altri inseguivano l’artista per chiedergli di autografare il loro fenicottero rubato; certi ne caricavano cinque, dieci a testa, facendo incetta come dinanzi a una montagna di pepite d’oro. Un delirio.

Che la piazza sia luogo di contagio irrazionale, in cui una singola azione si amplifica, si propaga e degenera, è cosa nota. Ma perché branchi di cittadini hanno sentito di colpo il bisogno di lanciarsi su un’installazione, depredandola con furia? Un attacco di feticismo compulsivo, esploso quando la strana fauna di gonfiabili – ormai radicatasi, divenuta riconoscibile, mediaticamente rilevante – si compiva nel suo processo di simbolizzazione. E diventava per tutti opera d’arte, al centro di uno spazio pubblico che è sempre spazio semiotico, oltre che sociale. Oggetti (ma anche una storia) di cui impossessarsi, non certo per via del valore economico, né per quello artistico-culturale. I gonfiabili di Oppy De Bernardo erano improvvisamente diventati un feticcio di massa. E la piazza – come spesso accade – un luogo dei conflitti, dei paradossi, degli abusi, dell’imprevedibilità.

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