Lugano. Una città votata alla cultura

Può un edificio raccontare un’intera città e diventarne simbolo nel giro di appena un anno? Accade a Lugano e l’edificio è il LAC. E se questo è ormai il perno della vita culturale della città, le sorprese comunque non mancano. Dagli affreschi di Luini a piccoli musei monografici, fino a chiese arroccate sulla cima dei monti.

Al LAC – Lugano Arte Cultura è stato sufficiente un anno di attività per entrare nel cuore di chi in città abita e di tutti coloro che la visitano. L’iconico edificio è progettato da Ivano Gianola, architetto di spicco della tradizione ticinese, vincitore nel 2002 di un concorso internazionale per il riordino urbanistico del sito ex Grand Hotel Palace e la realizzazione di un centro culturale.

UN EDIFICIO NEL TESSUTO URBANO

Richieste di speciale attenzione progettuale erano il mantenimento delle due facciate principali dell’ex hotel: l’una verso il parco, in foggia di villa palladiana; l’altra verso il lago, dalle sembianze di palazzo cittadino. Esigenza intrinseca del sito era inoltre la delicata composizione tra architettura e paesaggio. L’antico Hotel du Parc, subentrato a un antico convento a fine Ottocento, era luogo di forte attrazione e vitalità urbana, nonché cerniera architettonica di una morfologia naturale, al baricentro della baia sul lago. Il progetto nasce per riconfermare e potenziare ruolo e tradizione di fulcro cittadino, appartenuti da sempre al sito, ed esaltare il rapporto lago-collina.
Il nuovo LAC è un progetto che ragiona sulla città – il masterplan dell’area è di 24.000 mq –, ne comunica gli elementi chiave e se ne fa simbolo. Ivano Gianola progetta da sempre ascoltando il territorio e costruisce il LAC secondo un percorso compositivo dalle basi teoriche fortissime: ricorda il genius loci di antica tradizione, in cui a ogni aspetto del contesto è attribuito ruolo e carica progettuale d’insieme. Il LAC è innovazione e tradizione insieme, attraversabile, tangibile e fisicamente percorribile. Il masterplan è pensato per coordinare i volumi delle tre preesistenze storiche della chiesa, dell’ex convento e dell’ex Grand Hotel Palace, con i due nuovi volumi destinati a ospitare il teatro e il museo.
Gianola ha in mente un impianto di relazioni a croce, tra la direttrice parco-lago e la linea parallela al lungolago, che si intrecciano nella piazza del LAC. Che si arrivi in auto dal lungolago o a piedi da via Nassa, si comprende il ruolo centrale, tanto di attrazione che di connettivo, attribuito allo spazio pubblico nell’intera composizione. Il rapporto tra il centro storico e la nuova piazza è di assoluta contiguità: i portici dell’ex Palace separano e uniscono due mondi. L’ombra di qua dagli archi, nel chiostro dell’antico convento-hotel, invita ad andar oltre; la luce di là dagli archi cattura il passo verso la piazza. Una volta al centro dello spazio aperto, il rapporto dentro/fuori è riproposto in chiave contemporanea dal volume verde del museo. Un nuovo grande portico contemporaneo, prima a telaio poi a sbalzo verso il lago, segna il passaggio alla città moderna con una finestra sul paesaggio retrostante. La piazza diventa un cannocchiale urbano attraverso le epoche diverse degli edifici che la compongono: i collegamenti da uno spazio all’altro sono fluidi, uno introduce all’altro senza barriere, come percorsi ordinari, che ordinari non sono. Il posizionamento in leggera quota rispetto al piano strada rende lo spazio un palco privilegiato per la vista sul lago.
L’idea di attraversabilità fluida continua nella hall interna, in un passaggio quasi impercettibile. Il pianterreno del LAC è concepito come continuazione della piazza e la hall è piazza essa stessa, al di qua del grande diaframma trasparente a tutta altezza costituito dalla vetrata. E dall’interno si ha chiara la percezione di come la progettazione sia avvenuta per esplorazione quasi archeologica del sito, attraverso il riconoscimento dei suoi valori intrinseci, propri del luogo, prima ancora di appartenere all’architettura. La traiettoria a incrocio delle due direttrici prospettiche che ha in mente Gianola precede di fatto l’architettura. All’architetto il compito di ritrovarne gli elementi e rimetterli in gioco in nuove forme e relazioni. In omaggio al senso stesso di centro culturale, qui l’architettura scompare a favore del paesaggio, delle opere e degli eventi che accoglie.
La relazione dentro-fuori continua ai piani superiori. Non c’è occasione in cui non ritorni la sensazione di star “dentro” lo spazio esterno. Come nell’ala del museo posta parallelamente alla facciata dell’ex Palace, che termina ad angolo acuto verso il lago, dove ogni apertura è studiata per far entrare il lago, la luce, il cielo e le montagne all’interno. I dettagli architettonici, infine, fanno progetto nel progetto. Alcuni ricordano certa Art Déco di matrice statunitense. Poi c’è la selezione della luce naturale nelle sale espositive; le scelte cromatiche del marmo verde Guatemala all’esterno, ispirato ai colori del lago, e il travertino rosso iraniano per gli interni. Non si trascurano gli effetti tattili e sensoriali, come avviene per il teatro/sala concerto (la cui doppia valenza è dovuta alla conchiglia acustica modulabile all’occorrenza), dalle pareti corrugate, tutto in legno Alisier.
Le occasioni per una visita non mancano, e le ha sottolineate il direttore Michel Gagnon. E se l’immersione nella creatività moderna e contemporanea dovesse richiedere una piccola pausa, proprio a fianco del LAC sorge la Chiesa di Santa Maria degli Angeli, consacrata nel 1515: da non perdere in particolare il monumentale affresco di Bernardino Luini datato 1529, con la Passione e Crocefissione di Cristo.

Può un edificio raccontare un’intera città e diventarne simbolo nel giro di appena un anno? Accade a Lugano e l’edificio è il LAC. E se questo è ormai il perno della vita culturale della città, le sorprese comunque non mancano. Dagli affreschi di Luini a piccoli musei monografici, fino a chiese arroccate sulla cima dei monti.

Al LAC – Lugano Arte Cultura è stato sufficiente un anno di attività per entrare nel cuore di chi in città abita e di tutti coloro che la visitano. L’iconico edificio è progettato da Ivano Gianola, architetto di spicco della tradizione ticinese, vincitore nel 2002 di un concorso internazionale per il riordino urbanistico del sito ex Grand Hotel Palace e la realizzazione di un centro culturale.

UN EDIFICIO NEL TESSUTO URBANO

Richieste di speciale attenzione progettuale erano il mantenimento delle due facciate principali dell’ex hotel: l’una verso il parco, in foggia di villa palladiana; l’altra verso il lago, dalle sembianze di palazzo cittadino. Esigenza intrinseca del sito era inoltre la delicata composizione tra architettura e paesaggio. L’antico Hotel du Parc, subentrato a un antico convento a fine Ottocento, era luogo di forte attrazione e vitalità urbana, nonché cerniera architettonica di una morfologia naturale, al baricentro della baia sul lago. Il progetto nasce per riconfermare e potenziare ruolo e tradizione di fulcro cittadino, appartenuti da sempre al sito, ed esaltare il rapporto lago-collina.
Il nuovo LAC è un progetto che ragiona sulla città – il masterplan dell’area è di 24.000 mq –, ne comunica gli elementi chiave e se ne fa simbolo. Ivano Gianola progetta da sempre ascoltando il territorio e costruisce il LAC secondo un percorso compositivo dalle basi teoriche fortissime: ricorda il genius loci di antica tradizione, in cui a ogni aspetto del contesto è attribuito ruolo e carica progettuale d’insieme. Il LAC è innovazione e tradizione insieme, attraversabile, tangibile e fisicamente percorribile. Il masterplan è pensato per coordinare i volumi delle tre preesistenze storiche della chiesa, dell’ex convento e dell’ex Grand Hotel Palace, con i due nuovi volumi destinati a ospitare il teatro e il museo.
Gianola ha in mente un impianto di relazioni a croce, tra la direttrice parco-lago e la linea parallela al lungolago, che si intrecciano nella piazza del LAC. Che si arrivi in auto dal lungolago o a piedi da via Nassa, si comprende il ruolo centrale, tanto di attrazione che di connettivo, attribuito allo spazio pubblico nell’intera composizione. Il rapporto tra il centro storico e la nuova piazza è di assoluta contiguità: i portici dell’ex Palace separano e uniscono due mondi. L’ombra di qua dagli archi, nel chiostro dell’antico convento-hotel, invita ad andar oltre; la luce di là dagli archi cattura il passo verso la piazza. Una volta al centro dello spazio aperto, il rapporto dentro/fuori è riproposto in chiave contemporanea dal volume verde del museo. Un nuovo grande portico contemporaneo, prima a telaio poi a sbalzo verso il lago, segna il passaggio alla città moderna con una finestra sul paesaggio retrostante. La piazza diventa un cannocchiale urbano attraverso le epoche diverse degli edifici che la compongono: i collegamenti da uno spazio all’altro sono fluidi, uno introduce all’altro senza barriere, come percorsi ordinari, che ordinari non sono. Il posizionamento in leggera quota rispetto al piano strada rende lo spazio un palco privilegiato per la vista sul lago.
L’idea di attraversabilità fluida continua nella hall interna, in un passaggio quasi impercettibile. Il pianterreno del LAC è concepito come continuazione della piazza e la hall è piazza essa stessa, al di qua del grande diaframma trasparente a tutta altezza costituito dalla vetrata. E dall’interno si ha chiara la percezione di come la progettazione sia avvenuta per esplorazione quasi archeologica del sito, attraverso il riconoscimento dei suoi valori intrinseci, propri del luogo, prima ancora di appartenere all’architettura. La traiettoria a incrocio delle due direttrici prospettiche che ha in mente Gianola precede di fatto l’architettura. All’architetto il compito di ritrovarne gli elementi e rimetterli in gioco in nuove forme e relazioni. In omaggio al senso stesso di centro culturale, qui l’architettura scompare a favore del paesaggio, delle opere e degli eventi che accoglie.
La relazione dentro-fuori continua ai piani superiori. Non c’è occasione in cui non ritorni la sensazione di star “dentro” lo spazio esterno. Come nell’ala del museo posta parallelamente alla facciata dell’ex Palace, che termina ad angolo acuto verso il lago, dove ogni apertura è studiata per far entrare il lago, la luce, il cielo e le montagne all’interno. I dettagli architettonici, infine, fanno progetto nel progetto. Alcuni ricordano certa Art Déco di matrice statunitense. Poi c’è la selezione della luce naturale nelle sale espositive; le scelte cromatiche del marmo verde Guatemala all’esterno, ispirato ai colori del lago, e il travertino rosso iraniano per gli interni. Non si trascurano gli effetti tattili e sensoriali, come avviene per il teatro/sala concerto (la cui doppia valenza è dovuta alla conchiglia acustica modulabile all’occorrenza), dalle pareti corrugate, tutto in legno Alisier.
Le occasioni per una visita non mancano, e le ha sottolineate il direttore Michel Gagnon. E se l’immersione nella creatività moderna e contemporanea dovesse richiedere una piccola pausa, proprio a fianco del LAC sorge la Chiesa di Santa Maria degli Angeli, consacrata nel 1515: da non perdere in particolare il monumentale affresco di Bernardino Luini datato 1529, con la Passione e Crocefissione di Cristo.

SULLE ORME DEGLI ARTISTI

Almeno altri tre luoghi nel luganese vanno attraversati. A Montagnola, poco sopra Lugano, c’è il Museo Hermann Hesse, allocato a Casa Camuzzi. L’aspetto interessante è che qui non si ragiona tanto sullo scrittore che vinse il Premio Nobel nel 1946 e che ci ha regalato capolavori come Siddartha; il focus è infatti su un aspetto meno noto ma altrettanto interessante, che vede Hesse nella veste di pittore. E per i fan più accaniti c’è anche la possibilità di percorrere una sorta di pellegrinaggio in undici tappe sulle sue orme, grazie a un’escursione guidata che parte e arriva dal museo.
Ancora nei pressi di Lugano, precisamente a Bré, c’è un altro museo monografico, questa volta dedicato a un esponente della Nuova Oggettività: è il Museo Wilhelm Schmid, allestito nella casa dove visse il pittore e aperto dai primi Anni Ottanta grazie al lascito della moglie dell’artista e al successivo intervento architettonico di Christian Eberli.
L’ultima tappa di questo piccolo percorso ai margini di Lugano ci porta a Gandria. Una breve gita in battello permette di accedere a un edificio che dà direttamente sul lago e che è il Museo delle Dogane sin dal 1935. Siamo vicinissimi al confine “liquido” con l’Italia, e qui si narra l’epopea che ha visto per anni confrontarsi contrabbandieri e guardie. Una questione che fu anche di ordine pubblico, ma che oggi racconta moltissimo dal punto di vista storico, sociale e antropologico. E dimostra come sia possibile sviluppare un efficace marketing territoriale puntando su un turismo intelligente e curioso.

APPENDICE. GALLERIE D’ARTE. UN FENOMENO IN ESPANSIONE

Dici Lugano e non puoi non dire anche via Nassa, la strada dello shopping per eccellenza, con tutto il campionario tipico di abiti di lusso, gioielli, orologi di botteghe storiche e tabacco di qualità, oltre all’immancabile cioccolato. Via Nassa e la zona circostante sono però, sempre di più, anche la sede di una quantità incredibile di gallerie d’arte, consorziate – come avviene ormai ovunque – per l’inaugurazione coordinata delle mostre almeno due volte l’anno, in aprile e in dicembre, con l’evento Open gallery.
Una mappatura parziale e ragionata prevede di cominciare proprio da via Nassa, da Allegra Ravizza (nata a Milano nel 2007 e trasferitasi a Lugano nel 2013) e alla Imago Art Gallery. Per poi scoprire Canesso e la pittura antica italiana, e raggiungere il moderno e il contemporaneo con Cortesi (a Lugano dal 2013 e a Londra, con una seconda sede, dal 2015) e Studio Dabbeni (uno dei decani in città, visto che è stato fondato nel 1979 e che, sin dal 1983, pubblica un interessante house organ dal titolo Temporale), De Primi e Photographica Fine Art e Monica de Cardenas (che, oltre alle sedi di Milano e Zuoz, ha aperto a Lugano nel 2014). Spingendosi inevitabilmente fino ad Agra per omaggiare un nome importante come Buchmann, la cui storia risale al 1975, con la prima galleria aperta a San Gallo; poi il trasferimento a a Basilea nel 1983 e infine, dal 2000, la sede di Agra, a breve distanza da Lugano. Dove comunque è attiva una sorta di vetrina dove, ogni mese e mezzo, viene esposta una singola opera, spesso naturalmente collegata alla mostra in corso sulla Collina d’Oro. Per i completisti, va ricordato che Buchmann ha ormai una lunga storia anche in Germania, con una galleria aperta a Colonia nel 1995 e trasferita a Berlino nel 2005.
Tornando a Lugano, c’è spazio anche per offerte meno classiche. In questo senso va citata la libreria Choisi – one at a time, focalizzata su volumi fotografici e libri d’artista, editoria indipendente, self-publishing ed edizioni limitate. Negli stessi spazi, grazie alla collaborazione con Artphilein Foundation, vengono organizzate piccole mostre e proiezioni notturne visibili dall’esterno. E da giugno 2013 c’è anche uno spazio indipendente come Sonnenstube, caratterizzato da un’offerta che coniuga arti visive e musica sperimentale.
Infine, una novità. A settembre ha infatto inaugurato Heillandi Fotografie, spazio dedicato alla fotografia contemporanea. La mostra d’apertura è una sorta di presentazione in nuce del programma che vedremo nei mesi a seguire, con opere di 14 autori provenienti da Cina, Irlanda, Italia, Portogallo e Russia.

Emilia Antonia De Vivo e Marco Enrico Giacomelli

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #33 – Speciale Ticino

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